Omnibus UE: stop (momentaneo) all’orologio della sostenibilità

Approvato il pacchetto di semplificazione: tra sospensioni, riscritture e compromessi politici, la transizione si prende una pausa.
Con il voto favorevole del Parlamento europeo riunito in Plenaria del 3 aprile 2025, la proposta di riforma “Omnibus” passa ufficialmente alla fase di negoziazione inter-istituzionale. Già il 1° aprile, l’Europarlamento aveva approvato la procedura d’urgenza con 427 voti a favore, segnale di una maggioranza ampia ma non unanime, che riflette le tensioni latenti sulla traiettoria futura della regolazione ESG in Europa.
La Commissione Europea, presentando il pacchetto il 26 febbraio, aveva posto l’accento su una parola chiave: semplificare. Meno burocrazia, più flessibilità per le imprese, soprattutto le PMI, e un allineamento con gli standard internazionali. Ma mentre si parla di efficienza e competitività, crescono le preoccupazioni per una possibile diluizione degli obiettivi climatici e sociali.
Cosa prevede il pacchetto Omnibus
Approvato in tempi record, il pacchetto interviene su tre pilastri della normativa ESG:
- CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive): rinvio di due anni per le imprese delle “wave” 2 e 3, con partenza posticipata al 2028;
- CSDDD/CS3D (Due Diligence): applicazione rimandata di un anno, riduzione delle responsabilità lungo la filiera e limitazione al monitoraggio dei soli fornitori diretti;
- Tassonomia UE: maggiore flessibilità per le imprese sotto i 450 milioni di euro di ricavi, e soglie più alte per gli obblighi.
Nel dettaglio, la soglia per rientrare nell’obbligo di rendicontazione sale a 1.000 dipendenti e 50 milioni di euro di fatturato, escludendo gran parte delle imprese inizialmente coinvolte. Resta comunque l’obbligo di adottare il principio della doppia materialità, mentre viene confermata solo la limited assurance, rinviando il passaggio alla reasonable assurance per la revisione dei dati.
Verso una nuova generazione di ESRS
Uno snodo fondamentale del pacchetto riguarda la revisione degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS). Il 27 marzo, la Commissione ha formalizzato l’incarico a EFRAG per rivedere gli standard, con una chiara indicazione:
- taglio dei datapoint obbligatori,
- maggiore enfasi sui dati quantitativi,
- distinzione netta tra obblighi e informazioni volontarie,
- più chiarezza sul principio di materialità,
- maggiore allineamento con gli standard globali (ISSB, GRI).
EFRAG dovrà consegnare il parere tecnico entro il 31 ottobre 2025, per permettere l’adozione del nuovo atto delegato in tempo per l’applicazione nei bilanci del 2027 – con la possibilità per le aziende di adottarli anche già nel 2026 su base volontaria.
Una “pausa” che fa discutere
Il consenso politico raccolto non cancella le tensioni emerse nel dibattito parlamentare. Per alcuni deputati e stakeholder, il pacchetto rappresenta un passo necessario per rendere le norme più gestibili, specie per le PMI e per i settori già sotto pressione. Ma per altri, è un segnale pericoloso: in un momento di incertezza geopolitica e di crisi climatica conclamata, rallentare la spinta regolatoria rischia di essere letto come un disimpegno.
In effetti, in parallelo con il voto sul pacchetto Omnibus, diversi segnali fanno emergere una crescente insofferenza verso l’universo ESG: proteste di agricoltori, resistenze politiche e narrative populiste che dipingono la sostenibilità come un freno allo sviluppo. E non mancano i rischi di disinformazione, come ricordano anche il Global Risk Report 2025 e l’Edelman Trust Barometer: la sostenibilità è al centro di una battaglia non solo normativa, ma anche culturale e comunicativa.
Non è un arretramento, ma non è nemmeno un’accelerazione
Se il pacchetto Omnibus rappresenta un reset tecnico e politico della strategia ESG europea, non è detto che sia un’inversione di rotta definitiva. Il Green Deal resta formalmente sul tavolo, ma la sua implementazione sarà ora più negoziata, più frammentata, forse più fragile. In questo contesto, il messaggio alle imprese è chiaro: non si torna indietro, ma servirà più impegno per restare al passo anche senza vincoli immediati.
Le aziende virtuose devono considerare questo allentamento normativo come un’occasione per prepararsi meglio, in particolare per rafforzare processi e governance, e dialogare con gli stakeholder in modo più trasparente. Perché se le regole si aggiornano, le aspettative del mercato e della società no.
Il tempo sospeso non è tempo perso, se lo si usa bene
La sospensione degli obblighi, il rinvio degli standard, la revisione in corso: tutto questo ci dice che la transizione sostenibile non è lineare, ma è un tema complesso. È proprio in questi interstizi che si gioca la credibilità della transizione: riusciremo a semplificare senza svuotare? A tagliare la burocrazia senza indebolire la responsabilità?
Come sempre, non basterà aspettare che arrivi la prossima direttiva. Sarà la qualità delle scelte aziendali — oggi, in questo tempo sospeso — a dire se stiamo davvero andando verso un futuro più sostenibile o solo verso un compliance più leggera.