Società Benefit: l’impresa italiana che cresce (e fa crescere)

2 Apr, 2025 | Focus Italia

Le Società Benefit e a loro crescita

La nuova Ricerca nazionale 2025 conferma l’ascesa di un modello imprenditoriale capace di unire profitto, impatto e innovazione sociale. Ma il contesto resta sfidante.

C’è un’Italia che cresce e lo fa portando con sé un’idea più evoluta di impresa: inclusiva, strategica, con lo sguardo puntato sulla sostenibilità e il benessere delle persone. È l’Italia delle Società Benefit, un fenomeno in forte espansione che racconta – dati alla mano – come si possa conciliare crescita economica e impatto positivo, senza cadere nella retorica o nel greenwashing (o qualsiasi altro washing).

Secondo la Ricerca nazionale 2025 condotta da Nativa e Intesa Sanpaolo, con il supporto di InfoCamere, Università di Padova, Camera di Commercio Brindisi-Taranto e Assobenefit, le Società Benefit italiane sono ormai 4.593 (+27% in un anno), con un giro d’affari da 62 miliardi di euro e oltre 217.000 addetti. Crescono più delle aziende tradizionali, ma soprattutto crescono meglio.

Performance ESG e governance: un mix vincente

Nel triennio 2021-2023, il fatturato medio delle Benefit è aumentato del 26%, contro il +15,4% delle non-benefit. Ma il vero spartiacque è nella redistribuzione del valore: il costo del lavoro per dipendente è aumentato del 25,9%, il doppio rispetto alle aziende tradizionali. Un dato che parla chiaro: nelle Benefit, le persone non sono “capitale umano” solo nei bilanci, ma soggetti attivi di una visione d’impresa più equa.

E che dire della governance? Il 62% delle grandi Società Benefit ha almeno una donna in CdA (contro il 48% delle altre) e quelle con membri under 40 crescono di più, assumono di più e retribuiscono meglio. Non è solo un tema di rappresentanza: è strategia.

Nord-centrismo e diversità: dove e come crescono le Società Benefit

Geograficamente, il fenomeno resta concentrato al Nord – Lombardia in testa – ma segnali di fermento arrivano anche dal Mezzogiorno, dove le imprese con giovani nei board segnano tassi di crescita superiori alla media nazionale. Segno che il modello Benefit può fiorire anche dove l’economia fatica, se accompagnato da una visione sistemica e politiche pubbliche coerenti.

A livello settoriale, le Benefit si diffondono soprattutto nei servizi professionali, nella comunicazione e nell’istruzione, ma fanno capolino anche in ambiti meno “glamour” come la fornitura d’acqua o le costruzioni. Dove c’è impresa, può esserci impatto.

Dall’intenzione all’impatto: gli statuti parlano chiaro

Per la prima volta, la Ricerca ha analizzato gli statuti di tutte le Società Benefit italiane, mappando le finalità di beneficio comune: il 45% punta sull’impatto sociale (benessere interno, comunità locali), il 35% su ambiente e sostenibilità, il 20% su governance etica e trasparente. Non slogan, ma impegni statutari verificabili, che contribuiscono a definire l’identità dell’impresa e a partire dai quali ogni anno le Benefit devono rendicontare il proprio impatto. Per legge.

È un passaggio chiave: in un’epoca in cui la fiducia vacilla e la narrazione ESG è sotto attacco (vedi il backlash anti-sostenibilità​), la chiarezza sugli obiettivi e la coerenza nel perseguirli diventano strumenti di credibilità.

Una bussola nel vento incerto della sostenibilità

Il boom delle Società Benefit arriva in un momento delicato. Da una parte, la spinta delle nuove direttive europee (CSRD e CS3D, accessibilità digitale e parità retributiva, pur con i tentativi di semplificazione con l’Omnibus Package)​. Dall’altra, la crescente insofferenza verso tutto ciò che è percepito come “eco-imposizione” o cultura “woke”​.

È un paradosso del nostro tempo: mentre una parte dell’economia reale sperimenta modelli d’impresa più sostenibili e generativi, una parte del discorso pubblico continua a derubricare la sostenibilità a fardello ideologico. Eppure i numeri parlano: le Benefit sono più solide, più inclusive, più innovative. E soprattutto più credibili. Forse perché, per loro, la sostenibilità non è un’etichetta da apporre, ma l’identità profonda del business stesso.

La rotta si tiene con la governance

Nel mare agitato della transizione, le Società Benefit rappresentano una bussola. Non perfette, non immuni da critiche, ma portatrici di un modello che riconosce la complessità e prova a governarla. Non a caso, le imprese con board più giovani e diversificati si rivelano anche le più dinamiche. Perché la sostenibilità non è (solo) una questione ambientale o sociale: è una sfida di visione, leadership e struttura.

E se davvero vogliamo che l’Italia giochi un ruolo guida nella nuova economia, dobbiamo smettere di chiederci se “vale la pena” adottare un modello Benefit. E iniziare a chiederci: che impresa vogliamo essere, nel mondo che cambia?

Micol Burighel