Sostenibilità: generazioni a confronto o mondi paralleli?

24 Mar, 2025 | Analisi e commenti

Generazioni a confronto sulla sostenibilità

Per capirci davvero, dobbiamo uscire dalla logica dello scontro.

Qualche giorno fa ho partecipato a una live social dedicata al confronto tra generazioni sul tema dell’ambiente e della sostenibilità. Un’occasione interessante per riflettere su come approcciamo il cambiamento climatico e sulle differenze, a volte evidenti, nei modi in cui ciascuna generazione interpreta e agisce di fronte a questa crisi, cercando di andare oltre la narrativa mainstream che troppo spesso banalizza le posizioni. Ma più che sulle differenze, la vera domanda che mi è rimasta in testa è: c’è oggi spazio per un dialogo vero tra chi ha esperienze e prospettive diverse? Rispetto ai temi di sostenibilità, il conflitto tra generazioni, sacrosanto, inevitabile e direi fisiologico, si fonda su ascolto e confronto? È davvero costruttivo?

Un tema che divide

Non è un mistero che il dibattito sulla sostenibilità sia spesso divisivo. Da una parte ci sono quelli che la vedono come un’urgenza assoluta e chiedono cambiamenti immediati, dall’altra chi cerca un equilibrio tra innovazione, compatibilità economica e transizione graduale. E poi c’è tutto il capitolo dei negazionisti del clima e del progresso sociale che ci dicono che la sostenibilità è solo fuffa o agenda politica “woke”. Eppure, anche senza andare agli eccessi e guardando solo le posizioni più moderate, il dibattito sembra scorrere su binari paralleli, incapaci di incontrarsi davvero.

Ma se vogliamo trovare soluzioni efficaci per affrontare il cambiamento climatico e rispondere alle sfide sociali, dobbiamo chiederci se il modo in cui parliamo di sostenibilità aiuta a costruire un terreno comune o alimenta solo un’ulteriore frammentazione.

Approcci diversi, ma una crisi condivisa

Ogni generazione ha sviluppato il proprio rapporto con l’ambiente in base al contesto storico e culturale in cui è cresciuta. Ci sono stati anni in cui l’ambiente semplicemente non era una preoccupazione, e la lente attraverso cui lo si viveva era principalmente estrattiva. Chi è nato in un’epoca di grandi disastri ambientali – come il disastro di Chernobyl, la fuoriuscita di petrolio dalla Exxon Valdez o la nascita del buco dell’ozono – ha sviluppato una certa consapevolezza sulla necessità di regolamentare l’impatto dell’industria. Chi è cresciuto con la narrazione dell’”emergenza climatica” ha interiorizzato l’idea che il tempo per agire sia già scaduto.

Tuttavia, uno degli elementi più interessanti che emergono dalle ricerche recenti è che non sempre chi parla di sostenibilità in modo più acceso è anche chi poi adotta comportamenti più coerenti.

Valori e comportamenti

Secondo una recente analisi Istat, focalizzata sulle preoccupazioni ambientali, le persone over 55 hanno un approccio più concreto alla sostenibilità rispetto ai più giovani, in particolare nel ridurre gli sprechi di acqua ed energia. Questo non perché si definiscano ambientalisti, ma perché sono cresciuti con una cultura del risparmio e del riuso che oggi viene percepita come “sostenibile”.

Al contrario, le generazioni più giovani spesso associano la sostenibilità a una dimensione più politica e sistemica, chiedendo azioni collettive e regolamentazioni più stringenti. Ma questa spinta al cambiamento si scontra con contraddizioni reali: molti giovani vorrebbero consumare in modo più etico, ma faticano ad adottare scelte più sostenibili perché spesso queste sono economicamente meno accessibili.

Se da una parte è chiaro che la sensibilità al tema è cresciuta, dall’altra questo non si traduce sempre in scelte quotidiane coerenti. Ma più che accusare qualcuno di incoerenza, la domanda dovrebbe essere: come possiamo creare le condizioni per rendere più facile e naturale fare scelte sostenibili?

Sostenibilità attraverso la lente del disagio generazionale

Un altro elemento che spesso si sottovaluta è quanto il rapporto con la sostenibilità sia influenzato dalla percezione del futuro e delle opportunità.

L’Edelman Trust Barometer evidenzia come la crescente insicurezza economica stia generando un senso di frustrazione e di sfiducia nel futuro, in particolare tra le generazioni più giovani, che rischia di trasformarsi in rancore e disagio (e poi violenza). E quando il futuro appare instabile, anche il modo in cui ci si rapporta alla sostenibilità cambia: per alcuni diventa una causa a cui dedicare tutte le energie, per altri un tema secondario rispetto alla necessità di trovare stabilità economica.

Non è un caso che, accanto ai movimenti ambientalisti più radicali, stiamo assistendo anche a una crescita di giovani che si stanno spostando verso posizioni più estreme e conservatrici, con una parte che nega il cambiamento climatico o lo percepisce come un “problema di élite”. Si pensi per esempio a quanti giovani uomini abbiano votato per AfD – partito apertamente negazionista – nelle ultime elezioni tedesche.

La sostenibilità, quindi, non può essere affrontata senza considerare il contesto più ampio in cui le persone vivono e si muovono. Se vogliamo un cambiamento reale, non possiamo ignorare che per alcuni la transizione ecologica è vissuta come un’opportunità, mentre per altri rischia di essere percepita come un ulteriore ostacolo in un sistema già difficile da navigare.

Social media: amplificatori di consapevolezza o bolle di incomunicabilità?

Uno dei luoghi in cui queste divisioni si manifestano più chiaramente è il mondo dei social media. Da una parte, queste piattaforme hanno permesso di diffondere la consapevolezza ambientale in modo capillare, dando visibilità a campagne di successo e creando una pressione efficace su aziende e istituzioni. Dall’altra, il rischio di semplificazione e polarizzazione è alto: il dibattito spesso si riduce a slogan e schieramenti netti, lasciando poco spazio alle sfumature.

Questo crea un’ulteriore barriera tra chi già condivide certe idee e chi invece ne è più distante. Chi è dentro la “bolla della sostenibilità” vede ovunque segnali di progresso, chi è fuori spesso si sente escluso dal dibattito o addirittura respinto da toni troppo moralistici o allarmisti.

Forse, per favorire un confronto più costruttivo, dovremmo chiederci: stiamo usando la comunicazione sulla sostenibilità per includere o per dividere?

Oltre il conflitto: trovare uno spazio di confronto

Di fronte a queste dinamiche, la domanda chiave diventa come possiamo costruire un dialogo vero sulla sostenibilità.

  1. Più ascolto, meno etichette – Invece di dividerci in categorie rigide (i “coerenti” vs. i “falsi ambientalisti”, i “pragmatici” vs. gli “utopisti”), proviamo a capire le motivazioni e i vincoli di ogni posizione. La sostenibilità è un ambito di per sé già pieno di contraddizioni. Non possiamo fare altro che prenderle in carico.
  2. Affrontare i problemi reali, non solo le dichiarazioni di principio – Parlare di crisi climatica è importante, ma discutere anche di come questa impatterà il lavoro, l’economia e la qualità della vita può rendere il dibattito più concreto e meno ideologico.
  3. Creare un linguaggio fondato sulla speranza – La sostenibilità non deve essere solo denuncia, ma anche soluzioni praticabili, possibili, positive. Strumenti come il Glossario della Sostenibilità promosso da RAI, ASviS e FERPI possono aiutare a costruire un dibattito più chiaro e accessibile a tutti, attraverso un linguaggio chiaro, semplice ed esempi concreti.

La sostenibilità non è una questione di età, ma di prospettive

Il cambiamento climatico riguarda tutti e nessuna generazione può affrontarlo da sola. Abbiamo bisogno dell’esperienza di chi ha vissuto trasformazioni globali, della capacità di innovare di chi sta costruendo il presente e dell’energia di chi non vuole aspettare oltre.

Ma perché questo avvenga, dobbiamo smettere di trattare la sostenibilità come un motivo di divisione. Il confronto, quando è sincero e aperto, può trasformare il conflitto in una forza costruttiva. A patto di riuscire ad ascoltarci davvero.

Micol Burighel