Trump, clima e censura: la scienza sotto attacco

Negazionismo sistemico e manipolazione dei dati al centro della nuova strategia ambientale americana.
Un mese. Tanto è bastato alla nuova amministrazione Trump per smantellare buona parte dell’architettura scientifica e climatica costruita negli ultimi anni negli Stati Uniti. E il processo poi è andato avanti in questa stessa, rovinosa direzione. Dalle agenzie federali agli accordi internazionali, dalla ricerca accademica alla comunicazione pubblica, la strategia ambientale americana ha subito un drastico arretramento, segnato non solo da tagli e licenziamenti, ma soprattutto da una manipolazione sistematica dell’informazione. È una guerra culturale, oltre che politica, che mira a cancellare il cambiamento climatico dai bilanci, dai programmi e persino dai server pubblici. Con effetti potenzialmente irreversibili.
I dati climatici? Censurati
Uno degli episodi più emblematici è avvenuto il 5 febbraio, quando alcuni funzionari del DOGE (Department of Government Efficiency), guidato da Elon Musk, sono entrati negli uffici della NOAA – l’agenzia federale che monitora clima, oceani e meteo –, hanno chiesto di accedere al sistema informativo e hanno oscurato per 24 ore la pagina web con i dati globali sulla CO₂. Secondo indiscrezioni, i tecnici avrebbero anche copiato archivi riservati sul cambiamento climatico, sollevando timori di cancellazioni selettive e manomissioni.
Nel frattempo, il Dipartimento dell’Agricoltura ha ordinato la rimozione dei riferimenti al clima dai propri portali e strumenti pubblici. Pagine fondamentali per l’adattamento e la gestione degli incendi sono diventate inaccessibili, mentre altri contenuti sono stati “archiviati” in modo da renderli invisibili all’utente. È una strategia del silenzio, che si fonda sull’idea che se non lo nomini, il problema non esiste.
Una guerra alla conoscenza
Ma la censura è solo un pezzo della strategia. A essere colpita è l’intera infrastruttura della scienza pubblica. Solo nelle prime settimane, sono stati licenziati oltre 5.000 ricercatori e funzionari nelle principali agenzie ambientali e sanitarie dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) all’EPA (Environmental Protection Agency), dal CDC (Centers for Disease Control and Prevention) alla FEMA (Federal Emergency Management Agency). Alcuni progetti – come la Climate Change and Health Initiative – sono stati chiusi o resi invisibili, mentre i fondi per la ricerca sul clima e sulla salute sono stati congelati o cancellati.
Nel mirino ci sono anche le grandi istituzioni della scienza americana: la National Science Foundation (NSF), la già NOAA, il National Institute of Health (NIH). Tutte hanno subito tagli pesantissimi, che riguardano sia i costi diretti che quelli “indiretti” – come manutenzione, attrezzature e personale – rendendo la ricerca più lenta, instabile e dipendente dai privati.
Un negazionismo di sistema
Non si tratta solo di ridurre i fondi. L’approccio è più radicale: smantellare l’intera cornice cognitiva e istituzionale del cambiamento climatico, cancellando parole, dati, enti e strumenti. È il “Project 2025” – un manifesto ideologico dell’ultradestra americana – a tracciare la rotta: smembrare la NOAA, rimuovere riferimenti al clima dai testi pubblici, annullare le sovvenzioni “woke”, uscire dall’Accordo di Parigi e rifiutare ogni responsabilità globale per l’inquinamento storico degli Stati Uniti.
L’uscita dagli Accordi di Parigi è già stata formalizzata, insieme al ritiro da finanziamenti cruciali come il Green Climate Fund e la cancellazione di 11 miliardi di dollari promessi per sostenere l’adattamento climatico nei Paesi più vulnerabili. È il ritorno del mantra “America First”, ma in chiave anti-scientifica e anti-cooperativa, con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare, sanitaria ed energetica di milioni di persone nel mondo.
La ricerca come nemico ideologico
Al cuore di tutto c’è una retorica manipolatoria che descrive la scienza come un veicolo di propaganda progressista. Termini come “diversità”, “inclusione”, “cambiamento climatico” diventano parole proibite (alla faccia della famosa “dittatura del pensiero unico”, figura retorica cara ai conservatori). Alcuni senatori – come Ted Cruz – hanno pubblicato liste di progetti scientifici “ideologici” da cancellare, spesso basandosi su analisi approssimative e strumentali. Il sospetto è diventato un criterio di valutazione, e la paura una forma di censura preventiva.
Gli effetti si vedono già: molti ricercatori parlano di autocensura nei titoli delle proposte di ricerca, o di fuga all’estero. Alcuni salvano di nascosto i dati per evitare che vengano cancellati. Altri resistono, ma con risorse dimezzate e legittimità pubblica in declino.
Effetti sistemici: salute, clima e cooperazione a rischio
Le ricadute sono ovunque. La cooperazione internazionale è in crisi, dopo la chiusura di USAID e l’interruzione dei fondi climatici in Africa e Sud America (che sostenevano progetti di mitigazione, adattamento e risarcimento di danni climatici in molti Paesi vulnerabili alle conseguenze della crisi climatica). Le proiezioni meteo e climatiche globali rischiano di essere meno affidabili, perché molti Paesi poveri dipendono dai dati raccolti dalla NOAA. La transizione energetica è ferma, con il congelamento dell’Inflation Reduction Act e il rilancio delle trivellazioni fossili.
Sul piano sanitario, l’indebolimento del Center for Disease Control, il taglio ai programmi contro le epidemie e la retorica antivaccinista del nuovo capo della sanità, Robert F. Kennedy Jr., aumentano la vulnerabilità della popolazione, proprio mentre l’influenza aviaria e il morbillo si riaffacciano negli Stati Uniti.
Sovranità scientifica o oblio programmato?
La strategia Trump-Musk punta a un obiettivo chiaro: riportare sotto controllo politico e ideologico la scienza pubblica, riducendone l’autonomia, il potenziale critico e l’impatto sociale. È l’opposto della “scienza come frontiera infinita” teorizzata da Vannevar Bush nel 1944, e che ha reso gli USA un faro di innovazione globale.
Ma oggi quella frontiera rischia di diventare una zona grigia di oscuramento e manipolazione, dove la realtà scientifica cede il passo alla propaganda. E dove a pagare il prezzo più alto non sarà solo la comunità accademica, ma tutti noi, perché senza dati, conoscenza e ricerca, non si può né capire né affrontare la crisi climatica.